
Vento d'inchiostro
Volti, fumo, nebbia
Non ho un Oriente da mostrare come si mostra un luogo. Ho i segni che me lo hanno fatto desiderare: un ventaglio che si apre davanti al corpo, il fumo che sale da un braciere e si perde, la nebbia che cancella il paesaggio e lascia un solo albero. Li ho cercati nel mio archivio, uno per uno, senza sapere che si sarebbero trovati.
Il ventaglio dipinto, il kimono, le mani unite: qualcuno si è preparato per essere guardato, e io resto alla distanza giusta. Poi gli oggetti: la carta colorata degli ombrelli, il metallo inciso, le spighe secche che pendono nel nero. Infine il paesaggio che si svuota, i rami di brina, la luna tra gli uccelli.
Il filo che tiene insieme queste fotografie è il vuoto: quello che resta quando la figura si ritira. Non è un'assenza, è uno spazio che si fa largo e mi costringe a stare fermo. Il nero dei fondi, il bianco della nebbia, la luce che si posa su una seta o su una foglia secca: tutto chiede la stessa cosa, un po' di silenzio.
In fondo alla mostra c'è un airone, fermo sopra un cespuglio, il collo lungo, il grigio intorno. È lì che mi fermo anch'io. Non in un luogo, ma in un respiro.
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Fumo e carta
Il fumo sale e non torna. Gli ombrelli si sovrappongono e si cedono un pezzo di spazio. Le spighe secche pendono da un filo, una foglia mostra le nervature come una mappa consumata. Sono oggetti che hanno conosciuto una mano, e ora stanno fermi nel buio. Mi avvicino, e più mi avvicino più il loro silenzio diventa grande. La carta colorata, il metallo dorato, la materia vegetale: ognuno ha il suo tempo, e nessuno ha fretta di finire.
Spazio ceduto
Le superfici degli ombrelli si sovrappongono, lasciando a ciascuna una porzione di visibilità. Le strutture radiali introducono un ordine che l’affollamento interrompe e ricompone: cerco un centro, poi vengo richiamato altrove. La trasparenza lascia affiorare altre presenze sotto le campiture, rendendo incerto il confine tra ciò che accoglie e ciò che nasconde. È una prossimità, quasi un’intimità collettiva, dove occupare uno spazio significa anche cederne una parte. Claudio Viarengo, Spazio ceduto
Fumo e forma
Il fumo esce dal recipiente e si arricciola nel nero, e io lo seguo finché non si perde. La superficie incisa trattiene la luce in forme precise. Guardo la materia che si fa aria e sento che tutto quello che costruisco, prima o poi, prenderà questa strada. Claudio Viarengo, Fumo e forma
Attesa anonima
Gli steli attraversano il vuoto con una tensione sottile, sostenendo forme che sembrano sul punto di scivolare verso il basso. Il fondo scuro rende percepibile ogni distanza: tra un elemento e l’altro, tra ciò che trattiene e ciò che pende. La fragilità acquista così una presenza ferma, quasi severa. In questa sospensione leggo un’attesa senza oggetto, o il persistere di un legame quando tutto sembra essersi ridotto all’essenziale. Seguo quelle linee e ne avverto la precaria continuità. Claudio Viarengo, Attesa anonima
Foglia crepata
La foglia conserva una trama aperta, mentre le forme raccolte sulla destra sembrano ripiegarsi verso un interno ormai inaccessibile. Tra queste presenze, il vuoto introduce una distanza che può apparire tanto protettiva quanto definitiva. Lo sguardo passa dalla superficie esposta alle pieghe, cercando una continuità fra modi diversi di cedere. Le lacerazioni e i margini irregolari rendono percepibile una fragilità ancora capace di sostenere la forma. È un raccoglimento inquieto, in cui mi riconosco senza trovare una corrispondenza precisa. Claudio Viarengo, Foglia crepata
Brace e fumo
L’intreccio pende e all’estremità c’è ancora brace accesa, e un filo di fumo sale come se volesse uscire dal buio. Sento il calore e l’odore bruciato. Guardo quella cosa che si consuma e penso a quanto poco ci voglia per passare dall’essere a non essere.
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Il percorso continua.
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